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La magia della flessibilità che combatte lo stress
Pubblicato Martedì 15 Maggio 2012 Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Maggio 2012 alle 21:55
I confini tra lavoro e vita privata stanno diventando sempre più labili, le nuove tecnologie hanno modificato spazi, tempi, struttura del lavoro ma, in questo nuovo mix, ha prevalso, nel bene e nel male, il lavoro. Lo afferma nel suo ultimo intervento "Troppo work e poca life" sul quotidiano della Bocconi, Beatrice Bauer SDA professor di organizzazione e personale, avvertendo che, se anche non esistono facili soluzioni per la gestione della nostra vita tra multipli ruoli sociali, esigenze personali e aspettative familiari, è necessario però acquisire la consapevolezza della situazione.
"Chiunque, a qualsiasi livello operi nel mondo del lavoro, è consapevole che a un incremento dell’impegno professionale corrisponda un aumento dei conflitti familiari, soprattutto se lavorano ambedue i partner", afferma Bauer , spiegando come, nonostante le indicazioni della ricerca e delle esperienze individuali, la maggioranza delle aziende non sono purtroppo aperte a una seria considerazione del problema e a offrire aiuto alle persone per individuare soluzioni accettabili. La conseguenza? L’Europa perde circa 200 miliardi di euro all’anno per malattie stress correlate; negli Stati Uniti il costo è di 300 miliardi di dollari. L'aumento di malattie mentali da stress cronico è in aumento e si prevede che nel 2020 la depressione rappresenterà la seconda causa di malattia. Ed è preoccupante scoprire che, anche dove esistono policy aziendali adeguate, sono i capi a fare la differenza: " se in genere ritengono utili le iniziative aziendali volte a migliorare la work life integration, spesso prediligono collaboratori che non esprimono l’esigenza di approfittarne perché dipendenti dal lavoro e pronti al sacrificio senza limiti" scrive l'esperta.
Se l'investimento di energie nel lavoro diventa un valore assoluto allora dovrebbe scattare l'allarme. Ma cosa succede al manager in stato di patologica dipendenza dal lavoro, con seri problemi familiari o gravi danni alla salute? La sua è la passiva accettazione della propria condizione di stress e frustrazione. "La richiesta al medico o allo psicologo non è un aiuto per un concreto cambiamento, ma la ricerca di un farmaco o un intervento esterno che permetta risultati migliori mantenendo invariata la propria esistenza", sottolinea Bauer, " La rinuncia e la sofferenza nell’ambito personale e familiare sono spesso vissute come sacrifici propiziatori per la propria carriera".
A questo punto arriva il consiglio dell'esperta: prima passo è arrivare alla consapevolezza della propria situazione, poi "per difendere il proprio equilibrio serve un quotidiano esercizio di assertività: una discussione aperta e pacata delle proprie esigenze e difficoltà sia in famiglia che sul lavoro".
Una risposta che indica quale sia la direzione da prendere invece a livello organizzativo è possibile trovarla nel intervento "La cultura che premia il merito dei migliori" di Silvia Bagdadli, direttore dell'Executive master in strategic human resources della SDA Bocconi che, su viaSarfatti25.it spiega: "Dagli studi strategici nell’area Hr, sappiamo che la singola pratica non ha alcun impatto, ma l’insieme di pratiche di work-life balance coerenti fra loro, con gli altri sistemi di gestione e con la cultura aziendale e manageriale hanno un impatto positivo sulla riduzione del conflitto work/life e sulla performance aziendale. L’utilizzo delle pratiche work-life balance porta alla riduzione del conflitto work/life, con un miglioramento degli atteggiamenti (impegno, commitment) e dei comportamenti dei lavoratori (produttività) e che le "pratiche" sono un potente strumento per attrarre e trattenere lavoratori".
Ad una condizione però: l'effettivo utilizzo di una pratica da parte dei lavoratori è condizionato dalla cultura paese e dalla cultura organizzativa che deve supportare, credere e favorire un clima positivo per il loro utilizzo. In alternativa uomini e donne orientati alla carriera continueranno a non utilizzarle, temendo impatti sulle proprie opportunità di sviluppo.
Cosa ostacola il diffondersi di queste pratiche? Soprattutto, dice la studiosa, la cultura dominante di Paesi dove le attività domestiche e la cura dei famigliari è affidata prevalentemente alle donne e dove lunghe ore di lavoro sono spesso percepite come indicatore di produttività. Che errore! Una cultura che favorisce le forme di flessibilità e non discrimina chi le utilizza si basa infatti "sui risultati, sul merito e dunque stimola la motivazione, l’orientamento ai risultati e alla produttività e contribuendo al miglioramento della performance complessiva" conclude Bagdadli. E aiuta a scongiurare, aggiungiamo noi, i pericoli di ammalarsi da stress da dipendenza dal lavoro e... da troppa presenza in ufficio.




